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Autore: Progetto Calamaio

Utile, divertita, affaticata…Euforica!

Irene, tra le più giovani leve tra gli animatori con disabilità parte del gruppo integrato del Progetto Calamaio, ci racconta una delle sue prime esperienze di animazione e incontro a scuola a confronto con le ragazze e i ragazzi del Liceo Scientifico Statale “A.B Sabin” di Bologna.

“Quante emozioni e pensieri sparsi dopo questa esperienza!

Consapevolezza, perché mi sono messa in gioco, il fatto di essermi massa in gioco mi ha fatto sentire utile, divertita, affaticata, euforica

Ho provato anche fatica e stanchezza, quando dovevo convincere, all’interno di un gioco, i ragazzi a uscire dalla stanza. La fatica di capire perché non uscivano non sapevo come farli uscire, alla fine ho urlato!

Durante il secondo incontro animazione però a quel punto mi sentivo preparata. C’era un po’ di caos ma ho pensato di fare attenzione ai giochi e dividere due azioni: giocare o pensare.

Non era facile, il caos mi distraeva.

Nel gioco di ruolo che ho condotto però ho pensato di parlare, di ignorare il resto, e di giocare. Alla mi sentivo meno affaticata ed è stato diverso da come me lo aspettavo”.

Avanti tutta Irene, è solo l’inizio!

Ph. Marco Sarti- Progetto Calamaio

Formazione per bibliotecari alla Biblioteca Classense di Ravenna!

Rossella Placuzzi, animatrice con disabilità del Progetto Calamaio racconta la sua esperienza da co-conduttrice con la collega animatrice Sara Gabella alla formazione rivolta al personale dell’Istituzione Biblioteca Classense di Ravenna, nell’ambito di un ampio progetto in collaborazione con l’Istituto F. Cavazza di Bologna.

Il percorso, ad uso interno, è nato per implementare l’accessibilità della Biblioteca su vari livelli: accoglienza, implementazione del sito con linguaggi attenti alle buone pratiche e accessibili, redazione di testi specifici in versione Easy To Read.

Ecco che cosa ci racconta Rossella:

“La mattina di lunedì 19 febbraio 2024 abbiamo preso il treno: io e le mie colleghe ci siamo svegliate presto, per arrivare in stazione, abbiamo fatto colazione al bar e poi preso il treno. Arrivate a Ravenna abbiamo fatto una piccola visita alla tomba di Dante Alighieri da fuori poi siamo arrivate alla bellissima Biblioteca Classense di Ravenna

Quando siamo arrivati, abbiamo iniziato la formazione ai bibliotecari attraverso una presentazione che ha visto ognuno di loro dire il proprio nome e di cosa si occupano. Infine, ci hanno espresso la sensazione provata fin qui.

Subito dopo siamo passati ad attività concrete e ludiche come, ad esempio, la classica associazione di idee, un nostro cavallo di battaglia! Abbiamo scelto 4 parole: bambino, libro, estate e persona con disabilità. Ad ogni parola andava associato un termine che gli si confacesse; alle prime tre parole sono stati abbinati termini di gran lunga positivi, mentre all’ultima parola maggiormente negativi.

La cosa che è andata un po’ male, devo ammettere è stata una piccola incomprensione tra me e la mia collega Sara perché io ho preso un po’ troppo spazio e non l’ho fatta parlare, cosa che non va bene quando si fa formazione insieme e stiamo imparando a destreggiarci.

Invece tra le cose che sono andate bene c’è stato il nostro modo di rispondere alle domande che i bibliotecari ci hanno fatto, entrambe abbiamo risposto a tutto!

Dopo abbiamo cercato un posto dove mangiare e abbiamo mangiato cose tipiche della Romagna, poi un giro in città e poi abbiamo preso il treno e siamo tornate a casa…soddisfatte!”

Scopri qui le formazioni del Progetto Calamaio per operatori socio-culturali e aziende: https://www.accaparlante.it/progetto-calamaio/48-formazioni

Come si accende un pensiero? Le parole di Mario Paolini sul tema del distacco al convegno “Oggi per domani”

Mario Paolini, pedagogista, musicologo, docente e formatore di insegnanti di sostengo, è noto a molti come autore del libro Chi sei tu per me? Persone con disabilità e operatori nel quotidiano (Erickson, 2009).

Lo scorso 4 dicembre alla Fattoria Urbana di Bologna, nell’ambito del seminario Oggi per domani a cura di Coop. Accaparlante e Circolo la Fattoria, con un contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Mario ha provato a rispondere a una domanda importante: come accompagnare e sostenere il distacco della persona con disabilità all’interno della famiglia?

Il pedagogista sceglie di partire dall’esperienza e di dare la parola ai diretti interessati.

“Di che distacco stai parlando? Del “Dopo di noi” o robe del genere? Mi stai chiedendo di parlare, senza dirlo, della mia morte, come se fosse facile o scontato parlarne o anche solo pensarci? Ma tu ci pensi alla tua e al dopo di te? Ma che vuoi da me? Che ti aiuti a risolvere i tuoi problemi, che sono quelli di avere un futuro ben descritto, progettato, scansionato e soprattutto tranquillo, con tutte le cose a posto, così stai tranquillo anche tu?

(…)

A Pordenone da diversi anni il progetto “Casa al sole” realizza progetti per la vita indipendente. Un progetto partito da alcune famiglie e sostenuto da operatori e istituzioni. Nel 2017 durante un convegno un genitore diceva questo:

Abbiamo capito sicuramente che i veri artefici della vita indipendente dei nostri figli siamo noi genitori.  È infatti la famiglia l’elemento cardine che permette o non permette l’autonomia del figlio, che gli concede il suo spazio di pensiero e quindi la dignità di persona adulta.

È solo la famiglia che può dare quei permessi di crescita necessari ad una evoluzione della persona e che le permettono di conquistare gradualmente una identità adulta.

La visione che noi abbiamo di nostro figlio, delle sue capacità e dei suoi limiti, i nostri atteggiamenti educativi, il nostro modo di relazionarci con lui, le parole che usiamo sono tutti elementi che costruiscono la sua personalità che possono farlo evolvere o che possono fortemente limitarlo nelle sue possibilità. 

La comprensione di chi egli è e la fiducia in se stesso gliele diamo noi. 

Occorre cominciare presto, fin da piccoli, nel sostenere questo delicato processo di distanziamento. Occorre sapersi immedesimare nei pensieri e nelle preoccupazioni delle famiglie, senza mai giudicare o pensare a priori di avere la risposta giusta. Il metodo di lavoro è quello dell’alleanza. Costruire e manutenere una buona alleanza educativa con le famiglie, tra operatori e servizi, è uno dei mandati richiesti a chi opera in questo ambiente.

Nostro figlio si costruisce l’immagine di sé riflettendosi nei nostri occhi, nello sguardo che abbiamo verso di lui, nel nostro modo di trattarlo; noi siamo lo specchio in cui vede riflessa la sua immagine. Se io gli rimando un’immagine di incapacità, di infantilismo, di limite esonerandolo dalle regole egli avrà un’immagine di sé riduttiva e sarà molto difficile che riesca a far emergere tutte le sue potenzialità.  Se io continuo a tenerlo costantemente per mano e lo tratto da bambino anche quando è grande, se per proteggerlo non gli permetto di sperimentare la vita vera, con tutte le regole che questa comporta, l’autonomia e la vita indipendente restano un’utopia.

Parliamoci chiaro, non è che vada sempre bene l’immagine riflessa che, come operatori, insegnanti, educatori, professionisti vari, rimandiamo alle persone con disabilità di cui ci occupiamo: quando va bene sono per sempre ragazzi, ma alle volte, troppe volte, fanno “i lavoretti”, prendono “la paghetta”, per non parlare de “il problema della sessualità”. L’autodeterminazione è un diritto scomodo che richiede agli operatori un cambio di posizionamento nel lavoro di cura. Se non lo troviamo e non rendiamo un po’ più normale, come facciamo a chiedere alle famiglie di farlo?

La possibilità di raggiungere una condizione adulta e una vita indipendente è strettamente legata alla capacità dei genitori di modificare nel tempo il loro modo di relazionarsi con il figlio e alla loro capacità di distanziamento per permettergli di diventare grande. Certamente per un genitore è una strada molto difficile e faticosa.

Dare indipendenza a qualunque figlio è difficile, se il figlio ha una disabilità intellettiva la fatica per me genitore è doppia perché lui non ha la forza di sganciarsi da solo. Perciò devo essere io a superare anche per lui l’istinto di continuare a tenerci per mano e mollare gradualmente la mano che tengo stretta, e che lui da solo non sarebbe in grado di mollare, per permettergli di accendere il “suo” pensiero e percorrere la sua strada. Tenerlo sotto le mie ali protettive potrebbe essere più tranquillizzante per me. Conosco i suoi limiti, ma se gli riconosco anche il diritto ad una sua vita indipendente e vissuta in tutti i suoi aspetti, compreso quello affettivo e sessuale, egli potrà riuscire a farlo solo se io genitore riesco a fare un passo indietro, se io ho la forza e la capacità di tagliare quel cordone ombelicale che ci tiene entrambi attaccati, per permettergli di camminare con le sue gambe.

Ci siamo resi conto che nei confronti dei figli noi facciamo spesso un’azione di sostituzione: pensiamo per loro, parliamo al loro posto, decidiamo per loro, organizziamo noi la loro vita, gliela facilitiamo il più possibile. Ma questi atteggiamenti non li aiutano a crescere nel pensiero e a diventare adulti!

I percorsi verso la vita indipendente implicano un processo di svincolo, di distanziamento graduale del genitore nei confronti del figlio, che non significa abbandono, ma significa fargli pian piano capire che il pensiero su di sé deve essere suo e non continuare ad affidarsi al mio e deve anche sentire che io glielo permetto perché lui è altro da me e io gli riconosco questa dignità.

Sono parole che, come operatore, devo far diventare mie, che, come insegnante, devono tracciare una rotta aperta al crescere e al divenire. Se vogliamo favorire il distacco nel lavoro con le famiglie dobbiamo ricominciare ad ascoltare le loro voci e quelle delle persone fragili, imperfette, a cui essere accanto per esigere, come scrisse Giuseppe Pontiggia, il diritto a essere sé stessi.

 

Grazie a Mario e a tutti i partecipanti a questo evento molto sentito che speriamo possa essere alla base di un nuovo inizio per progettare insieme al territorio, alle famiglie e ai servizi nuove forme d’abitare il più possibile vicine alle nostre esigenze, bisogni e  desideri.

 

 

Una vera sfida

Rossella Placuzzi, animatrice del Progetto Calamaio, appassionata d’arte e abile spadaccina, partecipante e vincitrice di numerosi tornei di scherma in carrozzina, ci racconta ora la sua prima esperienza di vita indipendente all’ostello di ComBO, in Bolognina, vissuto insieme agli educatori e ai colleghi con disabilità del gruppo. Una vera sfida, un modo completamente diverso, per lei, di mettersi in gioco nel quotidiano.

IL PRIMA – Rossella, che cosa ti immagini di trovare a ComBO e in quest’esperienza?

Non ho mai provato a fare  un‘ esperienza simile fuori casa e in autonomia perché dormire fuori mi mette in ansia. Sono anche spaventata di non riuscire a fare cose che abitualmente faccio da sola come ad esempio vestirsi e andare  in bagno. 

Visualizzando l’ostello sulla mappa ho notato che e molto vicino a dei parchi che vorrei visitare. 

Da questa esperienza mi aspetto di viverla con più tranquillità e meno ansia perché sarà una bella  cosa da vivere in compagnia di amici e  colleghi. 

Le mie  paure sono: dormire fuori casa , andare in bagno, vestirmi da sola e spero di non incontrare spazi chiusi. 

Durante l’esperienza mi piacerebbe molto girare per il centro,  fare shopping  di vestiti con la mia compagnia e cenare in un ristorante giapponese. 

Giornata ideale: entrare nell’ostello, sistemare i bagagli, visitiamo il centro, quando e ora di mangiare andiamo in un ristorante giapponese. Dopo aver pagato il conto usciamo dal ristorante e facciamo una passeggiata per digerire la cena.

IL DOPO – Come è andata?

L’esperienza di ComBO è stata STUPENDA perché ora sono consapevole delle mie capacita e abilità. Sono andata a ComBO, in autobus con Emanuela Elie Sandra Irene e Ermanno  poi siamo scesi dall’ autobus e abbiamo camminato per un bel po’ ComBO è un ostello situato dietro la stazione dei treni di Bologna  

Per me ComBO è stata un’esperienza molto bella,  non ero da sola ero con i colleghi. 

IO sono riuscita a dare all’ingresso la mia carta di identità, sono riuscita ad aprire la porta dell’ostello poi sono riuscita a stare una notte fuori casa senza genitori. 

Mi sono divertita un sacco la sera perché siamo andati a mangiare una pizza tutti insieme  io ero in stanza con la Manu, la ssandra e Irene e in un’altra c’erano Ermanno e  Elie e poi ci hanno aiutato anche Anna e  Mavi due ragazze esterne al progetto.

E io  sono riuscita  a fare delle cose… come ad esempio sono uscita completamente  dalla mia “ zona di comfort “,  per me e stato un momento di crescita mia personale ed emotiva, pensavo che fosse difficile fare questa cosa invece  non e stato difficile perché io faccio parte del gruppo CALAMAIO  

Per me è stata una riscoperta di me stessa certe situazioni difficili le ho sapute gestire molto bene  

Per la prima volta ero felice per le cose che sono riuscita a fare e ringrazio tantissimo la Sandra e Manu  

Io penso che nelle cose che si fanno ci vuole impegno passione amore …. Nelle cose che si fanno. 

Abbiamo fatto tardi, le ore piccole, però ci siamo divertiti. 

 Un’esperienza importante perché un’ esperienza di autonomia completa . 

Penso che adesso io sia più consapevole di quello che riesco a fare. 

Un ringraziamento speciale al gruppo Calamaio, sono orgogliosa di farne parte. 

 

 

 

Una ComBO di esperienze

Andrea Mezzetti, animatore del Progetto Calamaio, pittore, appassionato di musica, arte, fotografia e spritz ci racconta in un ironico botta e risposta la sua prima esperienza di vita indipendente all’ostello ComBO di Bologna.

Fare la spesa, cucinare, godersi un caffè al bar, condividere tempi e spazi ma rispettare anche i propri gusti, bisogni e desideri.

Una piccola, grande sfida quella intrapresa a “Una ComBo di esperienze” resa possibile dagli educatori del Progetto Calamaio e dalla fiducia delle famiglie dei partecipanti, un impegno che ci chiama a stare e lavorare sul presente, la cosa più importante per concepirsi nel futuro.

Andrea, se pensi alla tua esperienza trascorsa a ComBo, quali parole chiave ti vengono in mente?

Emozione, timore, ansia, un pochino. Chiaramente perché, ha ragione l’educatore, ansia perché non sapevo se potevo fumare in pace, pigiare in santa pace, bermi quello che volevo..ecc.ecc, diciamo soddisfare le mie “cagatine”, i miei vizi.

La più grande difficoltà?

Francamente di difficoltà non mi sembra di averne riscontate, sarà che non voglio vederle, forse, po’ esse

Quella Cosa che hai imparato/sperimentato e che ti porti a casa.

Francamente…non so, presumo niente, come sempre, non ce la posso fare, sono bravo vero??

I momenti più piacevoli?

Direi il primo o il secondo giorno che ci siamo fermati in un barretto molto carino.

E quelli meno?

Ho paura di non averne riscontrati, ripeto, sarò io che non voglio vederne, probabile.

Tornato a casa, quali sensazioni, quali emozioni, quali pensieri dopo il rientro e il ritorno alla “normalità”?

Pessima sensazione, mi piaceva stare là. C’era anche quello scoppiato di CamCam (collega con disabilità del Progetto Calamaio) con me e stavo veramente BENE.

E adesso? Idee, desideri, suggestioni sul futuro. Qual è il prossimo passo?

Un’idea potrebbe essere, anche se NO, cavolo dico. Francamente non so, abitando poi in provincia, diciamo “lontano”, non conosco bene le possibilità che ci possono essere in tutta Bologna, ma…chissà…Quest’esperienza aggiunge un ma.

 

 

 

 

 

 

 

A Pesaro con Re 33!

Emanuele Protti, tra i più giovani animatori del Progetto Calamaio, si sta cimentando in tantissime esperienze in direzione dell’autonomia, del tempo libero e della vita indipendente proprio come i ragazzi della sua età.

In stretto legame con il gruppo educativo, Emanuele è stato anche co-conduttore del ciclo di formazione di un nuovo gruppo Calamaio a Pesaro, cimentandosi in particolare sulle letture animate e sui modi per mettersi efficacemente in relazione gli uni con gli altri. Qui ci racconta come è andata:

“Ieri il giorno 14 dicembre 2022 Io Sandra, Marco Benedetta e Tiziana siamo andati a Pesaro in un centro sociale vicino al centro della città. 

Eravamo 30 persone che lavorano in una cooperativa tipo la nostra, persone che avevo già conosciuto a maggio più i colleghi di lavoro  con carrozzina e non con problemi gravi  che lavorano con loro,  insieme  cioè agli educatori educatrici  di questa cooperativa. Le persone erano di varie età e poi c’era una ragazza di nome Giulia, una ragazza con un anno in più di me e senza carrozzina.

All’ inizio ci siamo presentati, ognuno  con il suo nome di persona e dopo noi quelli di Bologna del CDH abbiamo fatto un’ animazione con il titolo Re 33 e a tutti quanti è piaciuto molto e hanno fatto l’applauso. 

Dopo l’animazione insieme agli altri la Sandra  ha parlato sulla formazione di lavoro in generale e  sulla differenza tra handicap e deficit. L’ho trovato interessante anche se avevo molta fame.

Dopo tutti quanti  abbiamo mangiato dentro una sala del centro sociale. Io ho mangiato dei pezzi di pizza margherita e focaccia molto buoni.

Dopo pranzo abbiamo fatto pausa per un’ora abbiamo chiacchierato  con tutti quanti di Pesaro. Alle 15 abbiamo ricominciato e noi del CDH abbiamo dato un esercizio da fare a quelli di Pesaro: li abbiamo divisi in tre gruppi e a partire da 4 immagini/figure dovevano creare una storia e fare un’animazione.

Noi di Bologna dovevamo vedere e votare il lavoro più bello ma abbiamo commentato tutti insieme le varie animazioni. 

Alla fine abbiamo salutati tutti quanti di Pesaro sia educatori ed educatrici che i colleghi di lavoro. 

Siamo ripartititi nel tardo pomeriggio e per le 19 siamo arrivati a Bologna.

E stato molto bello e divertente avevo voglia di tornare a Pesaro e stare con loro insieme. 

Mi sono divertito molto perché mi piace molto stare con loro in compagnia e dare il mio contributo.

Spero di rifare un’altra volta questo tipo di formazione”.

  

 

  

 

  

 

Tre regoline per viaggiare con la fantasia!

Sara Foschi, animatrice del Progetto Calamaio, assidua frequentatrice dei laboratori del Teatro ITC di San Lazzaro (qui la vediamo condividere con i colleghi la storia del celebre drammaturgo Eugène Ionesco) è anche partecipante al laboratorio integrato di traduzione in simboli CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) “Librarsi”.

Oggi Sara ci racconta proprio il suo punto di vista di traduttrice in simboli, in occasione della formazione per bibliotecari condotta dal Calamaio nell’ambito del progetto Narrazioni Multimediali – Casa Gialla For All.

Lunedì 30 gennaio siamo andati alla Casa Gialla per condurre e formare sul libro modificato  il pubblico di varie biblioteche di bologna. A condurre eravamo noi tre io, Camilo, e Luca.

 

Per iniziare l’incontro abbiamo presentato chi siamo e cosa facciamo e come è nato il Progetto Calamaio.

Successivamente io ho spiegato cosa facciamo noi il giovedì mattina all’interno del laboratorio Librarsi,  l’unica giornata in cui possiamo fare il lavoro individuale, perché come sapete all’interno del nostro progetto ci sono varie giornate di laboratori.

Dopo esserci presentati abbiamo fatto una piccola presentazione su PowerPoint su come si fa a modificare in varie lingue diverse e abbiamo scoperto che ci sono diversi modi per esprimere lo stesso simbolo. Ad esempio se noi facciamo un disegno di un cerchio con attorno i suoi raggi tutti capiscono che parliamo del sole.

Quando abbiamo finito la dimostrazione avevamo portato vari libri modificati da noi per fagli capire cosa intendevamo e vedere il lavoro finito, poi abbiamo spiegato come si modifica un testo in simboli. Ha condotto questo il mio collega Camilo che aveva già spiegato “le tre regoline” prima di iniziare il lavoro.

Camilo ha spiegato le tre regoline che sono: la riquadratura cioè che ogni parola corrisponde ad un simbolo, il colore, che deve essere sempre bianco e nero per non influenzare il lettore, e, l’ultimo, la parola è sempre sopra il simbolo perché se no la scritta può coprire l’immagine.

Successivamente abbiamo fatto due giochini…Abbiamo proposto loro delle frasi svedesi e chiesto che cosa per loro potevano significare le varie parole che alcuni hanno indovinato ma non sapevano che a ogni parola corrispondeva di un simbolo.

Dopo abbiamo fatto una piccola pausa.

Dopo la pausa abbiamo iniziato un’attività, cioè lavorare sul libro modificato e li avevamo divisi in coppie e loro dovevano provare a scrivere in simboli una recensione di un libro preferito.

Alla fine dell’attività io gli ho chiesto se loro avessero trovato delle difficoltà, e loro hanno risposto di sì perché per loro non era facile scrivere in simboli.

All’incontro ho trovato un po’ di imbarazzo quando ho dovuto spiegare il nostro lavoro all’interno del progetto librarsi.

Faccio molta fatica a guardare il pubblico che sto formando e per quasi tutto l’incontro ho guardato il mio collega Luca Cenci.

Che emozione però, l’incontro, alla fine, l’ho condotto anch’io!”

 

 

 

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La formazione per bibliotecari è una delle azioni previste dal progetto “Casa Gialla For All”, cofinanziato con il contributo dell’Unione Europea nell’ambito di PON metro-Comune di Bologna.

In collaborazione con: Bologna Biblioteche – Biblioteca Luigi Spina-Casa Gialla, Cooperativa Accaparlante, Fattoria Urbana.

Traduttrice professionista con il laboratorio “Librarsi”

Oggi Francesca, animatrice con disabilità del Progetto Calamaio ci racconta l’incontro con le bambine e i bambini della primaria dell'”Istituto Comprensivo Januzzi-Mons. Di Donna” di Andria.

Insieme a Luca Cenci, educatore e conduttore di “Librarsi”, laboratorio di traduzione in simboli CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) ha parlato di che cos’è e come nasce un libro accessibile, mentre tutti volevano saperne di più su Francesca, il suo lavoro e le sue passioni.

Tra un racconto e l’altro si sono soffermati anche su quelli di Rodari, incontrati nella realizzazione del libro in CAA “Giacomo di cristallo e altre storie”, edito da Edizioni la meridiana nella collana “Parimenti proprio perché cresco”.

Un momento reso possibile dal percorso della Biblioteca Itinerante a cura di Edizioni la Meridiana, nell’ambito di Lettori alla Pari .

“La classe è sempre stata molto interessata a quello che gli veniva proposto – racconta Francesca- si notava la loro attenzione. Gli abbiamo chiesto, per cominciare, se sapevano leggere e loro hanno risposto di sì, quel punto li abbiamo fatti riflettere su quello che voleva dire veramente, facendoli vedere testi in inglese o altre lingue, per poi chiedere loro se sapessero leggere anche in altri modi.

A quel punto abbiamo deciso di mostrare anche libri che loro non avevano mai visto come i tattili e il libro modificato spiegandogli la funzione e l’importanza di questo mezzo e a che cosa e per chi serve, per lo più utilizzato dalle persone che hanno difficoltà di lettura e le persone dislessiche che non riescono a comprendere bene il testo. Successivamente abbiamo continuato l’incontro facendo un’attività facendogli indovinare delle parole in svedese senza utilizzo del simbolo per far loro comprendere l’utilità di questo e che soprattutto mettersi nei panni di chi ha bisogno di alcuni strumenti per leggere e capire.

È stato bello parlare con loro e raccontargli delle mie passioni, dal tennis alla pet therapy, che contribuisco a diffondere anche ad altre persone con disabilità con l’aiuto dei miei Labrador. Vederli interessati a quello che faccio e al mio lavoro mi ha dato molta soddisfazione”.

 

Con Tiziana, dentro l’universo di Marc Chagall

Lo scorso autunno il Progetto Calamaio si è cimentato in un percorso di autoformazione dedicato all’arte, immergendosi, questa volta, nell’universo di Marc Chagall.

Tiziana Ronchetti, animatrice con disabilità del gruppo, ci racconta come è andata a partire da alcune elementi chiave al centro della poetica dell’artista. Così Tiziana ci porta passo per passo anche dentro le sue scoperte, intuizioni e  ricordi dentro e fuori l’incontro con la pittura.

” Il laboratorio arte di quest’anno – spiega Tiziana– è stato sull’artista Chagall. Qualche anno fa siamo andati come gruppo a visitare la mostra a Bologna. Abbiamo trovato degli elementi che si collegano al nostro lavoro, i tre elementi sono: Sogno, Fiaba e Realtà e che li ritroviamo anche in tanti dipinti dell’artista. Manu, Barbara, Camilo, Rossella e Andrea sono i conduttori di questo laboratorio. Ora vi condurrò nel nostro viaggio intorno all’arte e al mondo di Chagall proprio a partire dai tre elementi”.

IL SOGNO

Il conduttore dell’incontro sul  sogno è stato Camilo, dopo averci spiegato del perché ha scelto il sogno siamo passati all’attività che consisteva nel scegliere un dipinto di Chagall e rispondere a delle domande sul sogno. Nel secondo incontro dovevamo             rappresentare un nostro sogno. Io come mio sogno, ho rappresentato le montagne dipingendo il foglio tutto di verde, perché era un sogno che facevo da bambina, camminare sulle montagne. Ho scelto come modalità di disegno la pittura a tempere.

Il motivo del perché molte volte tra tutte le modalità di espressione io confido che sia la pittura come anche la scrittura, perché molto spesso è difficile esprimere quello che provo. Parto proprio da me. La pittura e scrittura, mi aiutano a esprimere più facilmente le mie emozioni.

Nel laboratorio ricordo, in un incontro, forse in uno dei primi fatti, abbiamo avuto l’onore di vedere alcuni video sulla vita e i dipinti di Chagall. molti dipinti ricordo, facevo fatica a capire cosa volesse rappresentare l’artista, ma un dipinto che mi ha colpito molto è stato il dipinto che Chagall ha dedicato alla moglie deceduta “gli amanti in blu” e mi fa pensare che se il pittore ha fatto dei dipinti di sua moglie, sono dipinti tutti ispirati dall’amore che il pittore provava per lei. Abbiamo notato che tutti i dipinti di Chagall hanno colori molto vivaci e i colori che predominano sono il rosso e il blu.

LA FIABA

Il primo incontro sulla fiaba la conduttrice è stata Rossella. L’incontro sulla fiaba, è stato svolto così, Manu ci ha letto una fiaba di “La Fontaine” che si chiama “La canna e la quercia”. Chiagall ha illustrato tutte le fiabe di La Fontaine. Poi abbiamo visto tutte le illustrazioni delle fiabe. Mi sono piaciuti, perchè per le illustrazioni ha usato una tecnica molo simile a quella dei cartoni animati. Ho notato che nelle illustrazioni delle fiabe di La Fontaine, Chagall non usa i colori vivaci ma sono in bianco e nero. È stato molto interessante! Rossella e Manu ci hanno spiegato un’attività che si fa con le “carte di Propp” che rappresentano alcuni personaggi e elementi caratteristici di una fiaba. Tramite questo strumento, in gruppo abbiamo creato una storia con i personaggi e gli elementi dello scrittore “La Fontaine”:

Durante l’incontro le conduttrici ci hanno fatto  una domanda:  cosa c’entra il nostro lavoro con LaFontaine?

Ragionando insieme siamo arrivati a capire che può centrare perché la fiaba è uno strumento che usiamo con il nostro progetto Calamaio nelle scuole.

La storia che è venuta fuori da questa attività è molto creativa, l’abbiamo  intitolata “La volpe e l’ubriacone”.

Nell’incontro successivo Manu ha chiesto a noi del gruppo di pescare un bigliettino dove c’erano scritti i personaggi e gli elementi che fanno parte della storia inventata e abbiamo rappresentato ognuno un personaggio disegnandolo o dipingendolo.

A me è venuto fuori il biglietto della cuoca Focaccina e la mia rappresentazione del disegno l’ho svolta in questo modo, metà pennarelli e metà ad acquarelli.

Mentre  svolgevo l’attività del mio disegno ho voluto fare uno sfondo con gli acquarelli chiedendo consiglio a Barbara su come fare lo sfondo. Sotto consiglio di Barbara dato che il personaggio era la cuoca Focaccina mi ha consigliato di disegnare come sfondo delle focacce.

Io  avevo difficoltà a disegnare le focacce, perciò Barbara  me ne ha disegnata una. Ho sfruttato il suo disegno come modello per aiutarmi. Con il suo esempio è stato più facile riuscire a disegnare le focaccine, fino a che c’era spazio nel foglio. Per colorare le focacce ho usato i colori  il rosso e il giallo. Quando non c’era più spazio ho concluso il mio sfondo facendo delle sfumature azzurre, ho cercato di fare verde chiaro e viola chiaro sempre usando gli acquarelli. Io adoro dipingere.

LA REALTA’

All’inizio di questa fase dell’ laboratorio temevo fosse più difficile . Poi quando ho capito in specifico di quale realtà si concretizzava. Mi sono più tranquillizzata. Pesavo che la realtà fosse riguardo a  qualcosa di personale. Avendo questo pensiero, avevo inizialmente paura. In questa fase dell’ laboratorio d’arte.

Nell’ incontro realtà: ci saranno due incontri, sul tema della realtà. Le attività rispetto a questo tema svolte ieri, realtà si intendeva come e dove, nei dipinti di Chagall; era scoprire e capire e indovinare.  Rivedendo i suoi dipinti, quali erano gli elementi realistici.  Questa era la prima attività del primo incontro realtà. La seconda attività è stato un gioco ci siamo divisi in squadre i conduttori del gioco avevo delle domande sui dipinti e sulla vita di Chagall e sulle sue passioni. Ed era un gioco anche a punteggio. Emanuela Marasca ci ha accennato cosa avremmo fatto nel prossimo incontro sulla realtà e ci ha detto: che avremmo fatto un dipinto sulla realtà.

A primo impatto mi è venuta un po’ di paura e ho pensato, “ oddio cosa dovremmo dipingere sulla realtà, non avrei mai pensato che sulla realtà ci deve essere un dipinto. Ma poi all’ uscita del laboratorio ho pensato, “ Va bè c’è lo spiegheranno loro al prossimo incontro. E capirò meglio cosa intendeva l’Emanuela Marasca.

 

UN ACQUERELLO, PER NON CONCLUDERE

 La volta precedente quando ci è stato detto: che avremmo fatto un altro incontro sulla realtà a parte lasciarmi andare: nell’ procedimento del laboratorio; devo essere molto sincera, non né avevo la minima idea di cosa avremmo fatto durante  l’incontro successivo.  Ma cercavo di metabolizzare che attività sarebbe stata svolta. Ma non era quello che pensavo.

Oggi dopo che ogni uno di noi con il tempo necessario ha riepilogato il laboratorio d’arte. L’attività successiva, era rappresentare disegnando una tappa della nostra vita. Il tema sulla realtà di oggi era, tre momenti: il lavoro, il tempo libero, e la famiglia.

Mi era venuto in mente di rappresentare, la mia seconda vita: solo che dentro di me  non ero pronta a fare questo tipo di rappresentare questo disegno. Devo dire che non ci ho girato molto intorno.

Perciò  come membro famigliare ho disegnato il mio cane Dory. Facendoli lo sfondo, verde color prato mischiando Bianco Verde scuro e verde chiaro e disegnandoli anche il suo gioco preferito che è la palla. La palla ho mischiato Bianco azzurro, e blu e per colorare il mio cane, ho usato un colore particolare che adesso non me l’ho ricordo bene con precisione, poteva essere oro, color sabbia e il giallo. E come nei dipinti successivi sempre per la passione per pittura ho usato gli acquarelli.

 

 

 

 

 

 

  

 

La parola al 3 dicembre!

Claudio Imprudente, giornalista, scrittore ed educatore con disabilità, sceglie di dedicare il suo ultimo pezzo per Superabile Inail alla Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, in vista il prossimo sabato 3 dicembre 2022.

Da gennaio potrete leggere e seguire gli articoli di Claudio su Superando.it, oltre che, come sempre, sul Messaggero di Sant’Antonio, all’interno della rubrica “DiversaMente”.

 

“Toc-toc! Permesso, scusate la mia intrusione, mi presento, sono il 3 dicembre e, come ogni anno, sono arrivato in mezzo a voi. So che stavate aspettando con ansia il 25 ma manca ancora un po’ di tempo, per cui ne ho approfittato. Alcuni di voi, sono piuttosto sicuro, mi conoscono già, ma forse non tutti sanno qual è davvero la storia del mio giorno.

Sono nato all’inizio di un mese freddo e colorato, in prossimità del Natale, un giorno importante, un giorno di festa. Il mio segno zodiacale è il Sagittario e, proprio come lui, mi piace scagliare delle frecce. So prendere bene la mira e di solito non manco mai di centrare il bersaglio. Sono ottimista di natura, anche davanti alle difficoltà più impegnative non mi arrendo, guardo quello che di positivo c’è dentro e cerco di trasformarle in risorsa. Che volete, sono fatto così.

Stare in mezzo agli altri è la mia dimensione preferita e le frecce che scaglio vanno spesso a finire negli spazi dove le persone abitano, crescono, curano, discutono, vanno a colpire la politica, la cultura, la vita sociale, il benessere.

Io, 3 dicembre, sono il portavoce della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità  e, per questo, nel mondo, lancio frecce dappertutto.

La mia tecnica è mista, a volte uso le parole, con articoli, convegni, incontri, altre le immagini, con campagne, video, mostre fotografiche, altre volte ancora occasioni per riunirsi tutti insieme e festeggiare.

Eh sì, perché, anche se sono una giornata impegnativa non sono mica triste. Ci sono tanti modi per combattere e far valere i propri diritti, sapete?

La cosa importante è riconoscere che il mio compito è essenziale, che le mie frecce, anche se a volte pizzicano, devono aprire spiragli e cambiamenti.

Rappresentare la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità è per me un grande onore e una grande responsabilità.

Le giornate come la mia servono infatti per focalizzare l’attenzione, rendere visibili e condivisi i bisogni di tutte e tutti, soprattutto quelli di chi fa ancora fatica, in certi contesti, a far sentire la propria voce.

La Giornata Internazionale delle Persone con disabilità ci offre anche l’occasione per trarre le fila, per visualizzare lo stato dei fatti e guardare al futuro.

Le frecce che oggi mi appresto a scagliare vanno nella direzione di un approccio politico che rischia di sfociare nella promozione dell’assistenzialismo, in un’immagine pietistica della disabilità, nella chiusura di un recinto fatto di contesti deputati, senza commistione con la realtà.

Le persone con disabilità, l’ho imparato in tanti anni di lotte e lavoro sui diritti, non hanno bisogno di risorse economiche, seppur necessarie, hanno soprattutto bisogno di esserci, di vivere la vita di tutti e di essere riconosciute in quanto individui con esigenze equivalenti al resto della popolazione.

Diritto allo studio, a un lavoro, al divertimento, alla sessualità (di qualsiasi tipo), alla casa, a una famiglia (se desiderata), alle vacanze…Non sono cose straordinarie quelle su cui vogliamo puntare l’attenzione, sono cose semplici, per questo sono così difficili da accettare.

La mia freccia quest’anno la scaglio quindi con la speranza che si trasformi in un fuoco d’artificio, che le voci delle persone con disabilità che si muoveranno in questa giornata smuovano le opinioni e portino davvero al centro l’inclusione.

E ora, che dire, spero di essermi presentato per bene. Adesso non ci resta che brindare, perché anche io, 3 dicembre, proprio come il Natale, sono una giornata di aggregazione e di festa, non dimenticatelo.

Buon 3 dicembre a tutti!

Scrivete a claudio@accaparlante.it e seguitemi sui mie profili Facebook e Instagram”.

 

Claudio Imprudente